Il ritorno de Lo Stato Sociale: "Dovremmo tornare a fregarcene del successo commerciale"
pubblicato il 24 gennaio 2017 alle ore 09:52
Si chiamerà “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” (prodotto da Garrincha in licenza per Universal Music Italia) il nuovo album de Lo Stato Sociale, la band formata da Albi, Bebo, Lodo, Carota e Checco che negli ultimi anni hanno creato non poco scompiglio nel mondo indie. Sono una delle band che polarizza maggiormente i giudizi, ma anche una di quelle che più di tutte ha raggiunto un successo tale da porli, a livello di notorietà in quello che Lodo chiama interregno, ovvero quel luogo per cui "non siamo i famosi veri ma siamo delle straordinarie celebrità per alcuni". A due anni dall'uscita di "L'Italia peggiore" e dopo un silenzio social di qualche mese, la band è tornata accompagnata da una major e da due singoli molto diversi tra loro, con il primo "Amarsi male" più pop del secondo "Mai stati meglio", uno street single, "un pezzo che fa dibattito, buttato nella mischia per fare casino" come in effetti è successo. Un album che ha impiegato 10 mesi di lavoro e "molte influenze musicali sintetizzate nel classico caleidoscopio di generi".Abbiamo intervistato Lodo e Alberto che ci hanno raccontato un po' questo ritorno, partendo dalla firma con la Universal e passando per quello che succede nel mondo indipendente, quello che è oggi Lo Stato Sociale (band da oltre mezzo milione di fan su Facebook, ad esempio) e anche al prossimo concerto al Mediolanum Forum, di cui hanno già venduto la metà dei biglietti a disposizione.
MAI STATO MEGLIO
"È un calderone, un pezzo tipico del nostro stile e anche un po' in contrapposizione col primo singolo ['Amarsi male, ndr] che era un po' pop e come sempre cerchiamo anche di prenderci un po' in giro e questo è quello che fa quel pezzo lì. È un pezzo che fa dibattito, buttato nella mischia per fare casino e l'ha fatto"
AMARSI MALE, UNA BOMBA
"'Amarsi male' è stato l'ultimo pezzo registrato e il primo singolo, perché appena abbiamo finito di registrarlo abbiamo detto 'Ma questo è una bomba'.
IL NUOVO ALBUM
"C'è tutto quello che siamo stati e molte cose che vorremmo provare a essere perché essendo un collettivo abbiamo la possibilità e volontà di spaziare da una parte e dall'altra e fare cantare tutti, dove però c'è un'idea di scrittura che cerchiamo di rendere al meglio".
I CONCERTI NEI PALAZZETTI
"Siamo ancora legati a una narrazione generalista poco legata con la realtà: quando abbiamo fatto il Palazzetto a Bologna c'erano mille, duemila persone, era pienissimo. In realtà, però, erano duemila in meno dell'ultimo concerto a Milano, ma da tutti è stato percepito come il concerto più grande che poteva fare una band indipendente in questa fase storica, perché c'era scritto sopra 'Palasport'".
IL POP TRA INDIE E MAINSTREAM
"Credo che ci sia stato un movimento da sinistra verso destra, tipo 'Ti dimostro che so fare la perfetta canzone radiofonica e che, avendo un pubblico, ho senso di esistere anche di là'. Io penso che il passo successivo sia ricominciare un po' a fregarsene delle formule di quegli altri, che non è detto che sia esattamente il nostro disco, però credo che i prossimi dischi che conteranno qualcosa saranno quelli che non cercheranno più di assomigliare il più possibile al pop".
FAMOSI MA NON TROPPO
"Siamo in un interregno particolare per cui non siamo i famosi veri ma siamo delle straordinarie celebrità per alcuni. Questo produce il fatto che cominci ad avere delle aspettative nel fare una cosa che era un tuo gioco tra amici. E l'altra cosa è che per te è assolutamente imperdonabile il fatto che qualcuno crei pettegolezzi sul tuo privato, perché non siamo quelli che vanno dalla D'Urso, quindi perché devo scoprire che dicono cazzate su quello che faccio?"
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