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Processo di Norimberga: la Giustizia ha la voce dei traduttori

pubblicato il 12 maggio 2017 alle ore 13:28
Mostra alla Civica Spinelli di Milano: le storie degli interpreti
Milano (askanews) - Nell'aula del primo grande processo sovranazionale - quello che si è aperto il 20 novembre 1945, a Norimberga, contro i gerarchi nazisti - le voci della "Giustizia" sono quelle dei traduttori chiamati a garantire ad inquirenti, accusati, vittime, e testimoni -provenienti da tutto il mondo- ad esprimersi ed ascoltare il dibattimento ciascuno nella propria lingua.
Fu la prima volta che venne realizzato il principio ad un "giusto processo" nella lingua dei diversi attori. E fu la prima volta in assoluto a essere utilizzata la tecnica della traduzione in simultanea.

Alle donne e agli uomini, padri della professione di interprete, che consentirono quella mediazione linguistica tanto necessaria quanto carica di simboli e conseguenze politiche e sociali è dedicata la mostra "Un processo - 4 lingue" allestita nella Civica scuola interpreti e traduttori Altiero Spinelli di Milano e realizzata dall'AIIC, l'associazione internazionale degli interpreti di conferenza.

Pietro Schenone, direttore della Civica "Spinelli" spiega così le due idee che hanno guidato la proposta della mostra: "Gli spunti sono due - dice - Uno è che l'Europa nasca da un atto di giustizia, da un luogo, da un momento preciso in cui si rende giustizia alla Storia: le vittime possono raccontare le proprie storie, e chi è giudicato possa esserlo correttamente. Il secondo è la nascita della professione degli interpreti che per poter lavorare al processo di Norimberga si impegnano a mantenere un distacco. E questa celebrazione del distacco credo sia qualcosa su cui è giusto tornare oggi".

Chiamati a tradurre accuse e difese "in simultanea" senza aver mai sperimentato e studiato prima quella tecnica, i traduttori di Norimberga furono nei fatti dei veri e propri pionieri dell'interpretazione dando vita verbale - come si legge in un documento - "a concetti e azioni così inconcepibili che in altra lingue non esistevano corrispondenti". Basti pensare che lo stesso termine "genocidio" fu coniato solo pochi mesi prima del processo, quando vennero alla luce gli orrori dei campi di sterminio.
E va tenuto conto che la formazione di quegli interpreti, coerentemente con l'epoca, non era certo accademica.

"All'epoca le persone che erano chiamate a vivere in altri Paesi a trasferirsi, a lasciare casa propria, e quindi a imparare una altra lingua - spiega Annelise Boyer, interprete e docente alla Civica Spinelli - lo facevano in condizioni drammatiche, perché obbligati a lasciare casa loro. Ed è così che hanno avuto la possibilità di imparare nuove lingue".

Leggere le biografie dei traduttori, i diari di quei giorni, i loro appunti aiuta a tenere bene in mente che la Giustizia, il riscatto dall'orrore e la lotta alla prevaricazione è anche frutto di sforzi e dolori di persone semplici chiamate a ricoprire professionalmente un ruolo apparentemente solo funzionale, ma in realtà -come tutte le attività- fondamentale. Anche raccontato dalla prospettiva dei traduttori che lavorarono in quell'aula, quindi, il processo si manifesta come momento fondativo per l'Europa e la sua concezione di civiltà.

"Segna la nascita di un comunità sia linguistica che di identità - prosegue Boyer - Segna il fatto che viene riconosciuto il diritto ad una identità linguistica, tutt'ora fondamentale in Europa. E segna l'inizio di un nuovo concetto di diritto penale internazionale".

Nel corso della mostra - che ha anche una sezione multimediale - si svolgeranno tre incontri: il primo dedicato alle tematiche dell'interpretariato nel corso dei procedimenti giudiziari, il secondo alla figura dell'interprete in aree di conflitto, il terzo al multilinguismo come strumento di democrazia. Ma attenzione non si tratta di iniziative solo per addetti ai lavori. "E' una mostra dove si racconta che per essere bravi interpreti e bravi traduttori - dice Schenone - bisogna aver vissuto vite intense e avere il coraggio di utilizzare la propria vita al servizio di qualcosa che è più grande di se".
"Il processo di Noriberga riteniamo sia il più tragico - conclude Boyer - invece dovremmo ritenere sia stato quello che ha segnato la nascita del diritto di poter parlare la nostra lingua, sempre e dovunque".

La mostra sarà visitabile fino al giovedì 18 maggio. Il programma completo delle iniziative collegate è sul sito della civica "Spinelli" all'indirizzo: http://www.fondazionemilano.eu/
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